Ineluttabile SEO

Armeggiavo su Google Trends alla ricerca di alcune idee per un progetto quando – non so perchè – ho digitato le tre fatidiche lettere. Perchè? Vallo a sapere. Di sicuro non ero pronto al risultato

Cosa ci vuol dire questo grafico?
Che le ricerche della parola chiave SEO (e combinazioni varie) in Italia (su Google) hanno toccato i massimi storici da quanto abbiamo dati a riguardo (per la precisione dal 2004).

Se qualcosa è tanto cercato diciamo che è molto presente nella testa di chi cerca, come esigenza, domanda o semplice interesse di approfondimento.

Quindi, non scientificamente ma verosimilmente, possiamo dire che la SEO ora è quanto mai nella testa di chi cerca. Prendiamola così.

No, non ero pronto. Pratico l’arte SEO da più di 10 anni e ne ho apprezzato le evoluzioni e i colpi di scena, notando però sempre un percepito contradditorio: fare SEO è inutile o è fondamentale, viene all’inizio di ogni progetto oppure è l’optional da fare se per caso avanza budget.

Che poi il o la SEO? boh, facciamo “la” per pura abitudine.

E non tralascio quell’aria spesso esoterica e oscura che la circonda, per quanto (assicuro ogni volta) SEO non è magia nera, anzi (come dico sempre nei corsi di formazione) è più simile al gioco degli scacchi, con la variante che ogni tanto le regole si aggiustano.

Il punto è che fare SEO non è mai stato di moda. Ci sono e ci saranno sempre cose più fighe da fare online: quel nuovo social, quella buzzword che tutti ripetono, quella cosa che l’ho sentita ieri in TV che..

Proprio per questo mi ha stupito trovarla così cercata.
Di solito si pensa alla SEO quando non viene fatta, cioè quando il nostro sito non compare dove vorremmo nelle ricerche o, più comunemente, i competitor ci sorpassano da tutte le parti.

Col senno di poi forse non essere di moda è uno dei pregi più importanti di chi è evergreen. La SEO lo è. Passata la sbornia del facciamo-social-per-forza ora si guarda anche più altrove.

Non ce l’ho coi social sia chiaro, ce l’ho con chi li vende come soluzione per tutto il marketing digitale

La SEO è esattamente come Thanos: ineluttabile (o inevitable se preferite il termine originale, peraltro reso benissimo in italiano). Finchè ci sarà un motore di ricerca ci sarà bisogno di scalare i risultati. Useremo motori di ricerca vocali, telepatici, quantistici: il bisogno resterà.

E per la cronaca: occhio alle ricerche per “ineluttabile” in Italia. Vi lascio immaginare cosa ha scatenato il picco.


Il carro davanti agli utenti

Nel Purgatorio dei marketer un girone spero sia tutto dedicato a chi mette il carro davanti ai buoi, ovvero la strategia davanti agli utenti.
E chi è senza peccato scagli la prima personas. 

Nessuno è santo in questo: abbiamo tutti almeno una volta amato così tanto le nostre idee da “dimenticarci” di conoscere un pò meglio e con meno preconcetti il pubblico target.

Ma se errare è umano, perseverare è antimarketing.
Questo post nasce da un grafico preso dalla ricerca “Italiani e Social Media” di Blogmeter, this one:

Che risponde più o meno alla domanda: Perchè gli Italiani usano un social?
E che mi ha provocato a sua volta una domanda:

Ma quante volte si pensa una strategia digitale senza tenere conto del perchè il pubblico usa quel social o quel canale?

Già dal grafico qui sopra un’azienda (o chi ne segue la comunicazione) può fare un primo ragionamento sulla bontà o meno di quello che pubblica (piano editoriale), di come parla (tono di voce) e, prima di tutto, di quali obiettivi vuole raggiungere.

E, in un momento di profonda autoanalisi, chiedersi se davvero ha bisogno di essere presenti su tutti quei canali digitali.

Amen

E buonanotte o buongiorno

Se avete qualche decennio in più dei millennials e/o comunque avete genitori/zii alle prese col digitale, vi sarà probabilmente caduto l’occhio sul “loro” Whatsapp. Ora, non è che esista un loro, un nostro, un mio Whatsapp ma è pacifico che ciascuno di noi utilizzi gli stessi strumenti in maniera diversa. Idem, è chiaro che pubblici simili per età/abitudini usino gli stessi con delle somiglianze. E’ la pietra miliare di ogni ragionamento marketing serio ed è l’errore n.2 su cui tutti cadono quando devono fare comunicazione online.

Dunque, sul “loro” Whatsapp probabilmente vedrete un certo numero di immagini condivise. E anche qui nulla di strano. Quello che personalmente mi ha colpito è vedere la serialità di queste immagini: buonanotte, buongiorno, .. fino alle festività, citazioni e molto altro. Varianti dello stesso concetto con illustrazioni o altro: se volete farvi un’idea guardate coi vosti occhi cosa ci dice Google a riguardo.

Il mio animo digital-antropologico ne è rimasto affascinato, tanto quanto ho scoperto TikTok: è bellissimo ritrovarsi ad un uso del mezzo che fino a 30 secondi prima neppure immaginavi. Ti fa capire che lavorare in questo mondo è più divertente di molte serie tv: non saprò mai cosa succederà alla prossima puntata (e ora che finisce Game of Thrones è un pensiero che dà forza).

Dopo il mio animo antropologico è arrivato il mio animo markettaro e mi son chiesto: ma a nessun brand è venuto in mente di inserirsi in questa abitudine digitale? Perchè, se considerata nella sua globalità, rappresenta effettivamente un micro contesto interessante.

Alta condivisione, pubblico targetizzato, opening e lettura del messaggio certa. Vero, difficile da misurare ma ci si può inventare un coupon, un URL dedicata o altro.

E se penso al coupon è perchè ok, in prima battuta si può usare per fare brand awareness e passaparola ma anche per andare un passo oltre verso l’acquisto.

Settori: food&beverage, home, GDO, .. c’è da sbizzarrirsi.

Conoscete già attività in corso in questo senso? Aspetto le vostre immagini su Whatsapp 🙂

photo credits: Unsplash

Il futuro è privato

Dopo l’aggiornamento mi sono trovato un pò spaesato: via il blu, molto bianco, spazi più ampi. Ho controllato due volte di essere nell’app giusta finchè non ho letto chiaramente “Facebook” là in alto.

Nulla è stato davvero stravolto ma il cambio cromatico, quello si mi ha proprio spiazzato. Ed è solo la punta dell’iceberg.

The future is private” è una frase grandiosa: breve, visionaria, un’inversione a U. Brav* a chi l’ha coniata. Cattura un tema che (per fortuna) è entrato tra le preoccupazioni degli utenti online: pensiamo solo ad Apple che fa uno spot centrato sulla privacy.

Forse ce ne potevamo preoccupare un pò prima, ma ok: meglio tardi che mai. Sarà interessante esplorare le conseguenze di questa preoccupazione diventata “mainstream” e qui torniamo a Facebook. “The future is private” è anche una mossa di PR e “brandwashing” (esiste il termine?) dopo gli ultimi, vorticosi 12 mesi. Ma sottolineo l’anche: dentro c’è una virata importante.

Un paio di post fa lanciavo un pò di domande su Facebook perchè era evidente che il gioco stesse cambiando. E adesso che si fa?

Adesso é tempo di ripensare le dinamiche social e di guardare indietro all’epoca precedente i social e i blog. Forse qui (o forse su Medium) scriverò del percorso che abbiamo fatto come utenti dalla nascita del Web al presente. But not today.

Parlo di quella fase in cui esistevano le community e per entrare in maniera intelligente i brand dovevano avere qualcosa di intelligente da dire. Certo, al tempo non erano così tante le aziende che volevano fare adv online e c’era una selezione all’entrata molto più alta.

Oggi ci siamo impigriti ad usare la social advertising come un manifesto 6×3 da ricoprire di like e impression. Serve poco ora, figuriamoci in questo nuovo futuro. In ogni caso, la pigrizia non basterà.

Il consiglio non richiesto allora é: studiare le community del primo web, prenderne le dinamiche e declinarle sui social con consapevolezza.
Cosa funzionava al tempo? Ora lo possiamo amplificare in maniera più ampia e mirata ma, molta attenzione, gli utenti del 2019 non sono gli stessi del 1999, sotto tutti i punti di vista.

The future is private: ci sarà da divertirsi. Io non vedo l’ora.




La Formazione è Jazz

Questo post nasce da un appunto preso sullo smartphone dopo una sessione di formazione in un’azienda. Ascoltavo Kind of Blue? Probabile.

La formazione è jazz, esatto. Qualcuno ha già usato questa metafora?

Non ho controllato.

Jazz perchè non si suona 2 volte lo stesso pezzo nello stesso modo: gli argomenti della formazione possono essere identici ma svolti con tempi e dettagli diversi. E si sa, il dettaglio fa la differenza.

Cambiano le armonie, il ritmo: si fanno digressioni, si entra nel dettaglio o si esce e rientra dal tema principale.

Il jazz è simbiosi col pubblico e con l’atmosfera: è ascolto, dialogo, creazione di un “qualcosa” condiviso. Non concepisco la formazione come monologo, nè come esperienza copiata e fotocopiata.

Non tollero le tonnellate di slide per seppellire l’aula: la formazione è interazione e partecipazione attiva. Si potrebbe fare anche con fogli bianchi come la musica vive meglio senza spartiti.

AND. Non basta un musicista che suona due note a caso per fare jazz. L’improvvisazione nasce dalla competenza di chi sa esattamente cosa e come suonare. La formazione forse anche di più: non bastano 2 concetti inglesi a caso, nè una citazione ad effetto, nè una manciata di GIF strappasorrisi.

Servono queste insieme alla conoscenza dell’argomento AND la capacità di spiegarlo. Altrimenti non si fa jazz, non si fa formazione, si suona sempre la stessa nota.

E se Facebook?

Se domani tu per caso sparissi
E io non sapessi più con chi parlare dopo tre Gin
Cosa dovrei fare?

TheGiornalisti

E se Facebook cambiasse? No, non l’ennesimo aggiornamento di algoritmo o qualche feature grafica, parliamo di un cambio netto e radicale.

Tipo? Tipo quello che potrebbe succedere se dovessimo credere, parola per parola, a

“The future of communication,” he wrote, “will increasingly shift to private, encrypted services where people can be confident what they say to each other stays secure”

Una perfetta azione di public relations per dare risposta ai temi aperti più controversi, ma forse anche qualcosa di più.
“He” è ovviamente Zuck e la fonte che ho citato è Wired. Ci sono passaggi davvero interessanti, su tutti la metafora di un doppio spazio social, uno pubblico (la piazza, town square) e uno privato (il salotto, living room), con un interesse in crescita per quest’ultimo più sicuro e su misura.

In casa Zuck ha entrambi: Facebook/Instagram la piazza, Messenger/Whatsapp il salotto. Ma la piazza, soprattutto FB, sta soffrendo. E se il focus allora venisse spostato sul salotto?

E se il Facebook che conosciamo lasciasse il posto ad una piazza piccola e chiusa, ad un aggregato di gruppi e ad un newsfeed di stories? E Instagram ne prendesse il ruolo di piazza ufficiale? Con tutto il resto che diventa salotto, quindi conversazioni 1to1 e 1toBrand?

Newsfeed di stories, mi spiego: stories, stories ovunque. Un formato che pare funzionare e che è partito dagli utenti più giovani (da Snapchat in giù), gli stessi che ora snobbano FB. Potrebbe essere una strada per tornare ad essere “interessanti” ai loro occhi.

Messenger aspira ad essere sempre più un spin-off di lusso per diventare l’antiemail, la piattaforma di comunicazione del Web. Prima o poi si fonderà con Whatsapp per diventare ancor più centrale e onnipresente.

Immaginiamo questo nuovo mondo.
Cosa farebbero i brand? Potrebbero e dovrebbero lasciar perdere i post e dedicarsi alle conversazioni. Sempre che ne siano in grado, visto che l’adv su Messenger non è ancora decollato. Stories e conversazioni? Forse ma non è banale.

Che ne sarebbe del social media manager? Diventerebbero dei conversational manager? O dei social story manager?
Quali nuove competenze andrebbero messe in campo?

Su tutto questo pende la spada di Damocle del voice che, se parliamo di conversazioni, si abbina molto bene.

Molti se e punti di domanda insomma. Ne riparliamo tra un anno ok?

In-house

In-house: un concetto che negli ultimi giorni ha fatto più volte capolino nel mio newsfeed. Una riflessione è gradita.

Premessa uno: è un concetto molto ampio e qui ci concentremo sull’industry digital e, ancor più nello specifico, delle agenzie digital.
Premessa due: una definizione approssimativa. Parliamo di in-house come scelta di “internalizzare” servizi e attività dentro l’azienda: all’esatto opposto c’è l’ “esternalizzazione” o outsourcing, quindi affidarsi ad un soggetto fuori. Come già detto, ho approssimato per amore di semplificazione.

Dicevamo: nell’ultimo periodo voci diverse hanno parlato di una certa tendenza all’in-house di attività digital da parte delle aziende. Quindi: se prima le skill erano affidate ad agenzie/consulenti esterni, ora pare esserci un maggiore orientamento a portare dentro queste stesse skill.

Il condizionale resta d’obbligo: per quanto (e poi lo motiverò) trovo l’in-house un passo fondamentale per un’azienda “matura” nel mondo digital, difficile dare giudizi troppo affrettati.

3 FONTI

Prima però le fonti:
91% of Brands are Moving Toward In-House Digital Marketing [STUDY]33

Il campione non è ampio e siamo in un mercato maturo (UK) ma evidenziatore sull’aspetto “tool”: uno degli elementi che aiuta a valutare l’in house

WPP CEO: Clients are underestimating the challenges of in-housing
Il controcanto di un big player: quoto
“Clients underestimate the challenges of recruiting, retaining and training the people,” he said. Occhio però, c’è un however in arrivo.
However, he admitted there is “greater demand” for brands to bring agencies closer, whether that be through co-location or setting up on-site teams. Brands such as TSB, Unilever and Barclaycard all have on-site agencies for specific work, particularly around content. And in-housing agency specialist Oliver recently sold a majority stake to You & Mr Jones, showing the growing interest in this model.
Stiamo già pensando all’ibridazione insomma.

Firms are taking more marketing functions in-house. Here’s why
Il pezzo più strutturato con alcune case. Se avete poco tempo leggete solo questo.

3 PUNTI

Vado per punti sulla mia opinione:
1) difficilmente le aziende esternalizzerebbero delle skill critiche: il digital una volta lo era poco, ora lo è di più. Quindi non è così male “averlo” in casa

2) ma il digital non è una skill che impari una tantum. In verità non è neppure “una” skill: è un aggregato di skill in continua espansione. L’ho battezzato effetto Big Bang: c’è movimento e distanziamento. 10 anni fa un digital marketing specialist poteva, con un pò di bravura e coraggio, gestire tutte le attività da solo, ora è molto complicato.

3) seguire tutte queste competenze verticali richiede risorse di tempo, soldi, formazione. Vale la pena spenderle o tenerle in casa?

La mia risposta: si tiene in casa un zoccolo duro (core) di skill digitali, le altre le si delega fuori. Questo è l’in-house che mi piace. L’azienda ha una persona (una o più) competenti e in grado di alzare l’asticella grazie alle skill extra (over) che arrivano da fuori. Quindi: non “dipende” completamente dall’agenzia/consulente di turno ma neppure fa tutto in casa.
Chiamiamola osmosi.
Quali sono le skill core e quali le skill over? Qui l’etichettatura si basa sul business, sugli obiettivi e sull’industry dell’azienda.

Sul tema si innesta lateralmente il ragionamento di Diegoli su “Se il digitale non è più un vantaggio“. E aggiungo: se il digital diventasse una commodity tra altre funzioni aziendali, come lo gestiamo? Dove lo mettiamo?

E LE AGENZIE?


Tell me somethin’, girl
Are you happy in this modern world?

BRADLEY COOPER

L’osmosi di cui sopra è una mia speranza, poi la realtà è molto diversa.
La disponibilità di tool che fanno molto senza bisogno di essere troppo tecnici, il numero sempre maggiore di figure skillate (o wannabe) sul mercato, la familiarità crescente col mondo digital: se le aziende si arrangiano (a volte bene, a volte male), le agenzie che faranno?
Puntando sulle skill core: si, il rischio obsolescenza è dietro l’angolo. L’Italia è un mercato meno maturo di altri, quindi magari c’è ancora un pò di tempo per arrivare a quell’angolo. Ma tant’è.
Puntando sulle skill over, cercando di capirle e anticiparle: avranno ancora tanto da fare. Pur dovendo correre e correre much more.
 


INFINE, LE AZIENDE


Tell me something, boy
aren’t you tired tryin’ to fill that void?

LADY GAGA, UHLALLALA

Il vuoto di skill: please, riempitelo un pochino. Trovo frustrante quando delego qualcosa e faccio fatica a capirla: è la condizione di affidare fuori la gestione digital e non comprendere davvero che si sta facendo.

(photocredits: Unsplash)

Podcast: vuoi vedere che

Non sono neutrale perchè ho una certa passione per i podcast tanto che mi son ripromesso di crearne almeno uno per un cliente entro l’anno (e, alla peggio, proverò a farmene uno mio per giocare un pò)

Ma: buoni propositi a parte, qualcosa si sta muovendo ad un livello più ampio. Vuoi vedere che, alla fine, ancora una volta le cose nuove sono quelle un pò vecchiotte (i podcast hanno una decina d’anni almeno, ad esser gentili)? E che noi siamo tutti qui a cercare le novità dal lato di Tik Tok & amici ma alla fine la mossa Kansas City (cit.) arriva da un’altra parte?

A cosa mi riferisco? Da inizio anno abbiamo assistito a:

  1. Spotify che si compra Gimlet Media (azienda che produce ottimi contenuti audio) e Anchor (piattaforma di creazione/distribuzione podcast): Spotify è musica, audio in generale, ora sembra voler consolidare l’offerta (in fondo ospita già podcast, originali e non) sia diventando creatore di qualità sia stimolandone la produzione dal basso. Forse anche per esplorare mercati di nicchia ma con un alto potenziale economico. (fonte)
  2. Storytel che compra Ztory: qui ci muoviamo in senso opposto perchè dagli audiolibri (Storytel) ci muoviamo verso i media digitali in senso più ampio (e in particolare quotidiani e magazine). Diciamo che è un tentativo diverso di uscire dalla nicchia audio, andando ad ampliare l’offerta di contenuto legata al solo ascolto.

E se iniziassero a far capolino (seriamente) Apple, Facebook, Amazon? Io in testa ho sempre l’equazione messaggi audio Whatsapp/podcast e sullo sfondo gli smart speaker.

Tutto bello insomma, poi c’è la Cina. Qualche ora dopo questo post, leggo la newsletter di Jake Knapp che segnala questo interessante pezzo su modelli di business online. Si parla anche di podcast e questi numeri si riferiscono al mercato pubblicitario collegato:

10x a parte, la cosa interessante è anche il modo in cui questi 3bilions sono arrivati:

In China, many podcasts charge the end customer instead of relying solely on advertising. Some podcasts are part of the platform’s paid subscription service, but users always have the option to pay for podcasts individually

E poi vi consiglio di leggere il resto (link sopra).
Ci sono ancora un pò di cose da scoprire sui podcast.
Voi da che parte state guardando?



Sarà l’anno del? NO

Facciam questo e poi basta post sul nuovo anno, ok?
Su Medium avevo condiviso un pò di domande mancate e presunte risposte su quello che potrebbe succedere. E francamente ho ricevuto più feedback di quanto pensassi.

Argomento chiuso ma poi è arrivata questa vignetta.
L’ho scoperta grazie a Gianluca Diegoli; shame on me che mi ero disiscritto da Marketoonist. Ora ho fatto ammenda ordinando il suo libro.

Entri la vignetta.


Che dire?
Il gioco de “Questo sarà l’anno di..” vale per il marketing come per molti altri mondi, dal calcio alla cucina fino all’astronomia. E va bene così, è un bel gioco se rimane tale.


Shouldn’t we talk about our strategy first?

Però, se torniamo al marketing, non ci puoi improntare una strategia sopra.
Soprattutto se la strategia non ce l’hai AND non ce l’hai prima.
VR, voice, blockchain,.. qualsiasi next big thing, moda o cosa passi per l’Internet, don’t worry: se hai una strategia riuscirai a farne un buon uso, o a non usarlo (se lo ritieni intelligente) e, in ogni caso, a sopravvivere.
In assenza invece: auguri.

Una cosa è certa però: per me questo sarà l’anno di questa vignetta.
La userò in (quasi) tutte le presentazioni del 2019.


Come tenersi aggiornati: le fonti

Riprendo un post che ho pubblicato su Medium un anno fa, con qualche piccolo aggiornamento: 

Redef
Una delle mie preferite: spazia a 360 gradi con selezioni sempre grandiose.
https://redef.com/channel/media/feed

Wolf
é italiano, è a pagamento e analizza con punti di vista interessanti
(degli stessi “autori” seguo anche Slow News)
https://www.slow-news.com/newsletter_tax/wolf/

Internazionale
Curation per eccellenza, però cartacea: è la mia rivista preferita.
Una delle letture più stimolanti che vi possa capitare.
Nel team riviste cito anche Rivista Studio, Wired (ora come bookazine è qualcosa che in Italia mancava) e The New Yorker. E poi mi fermo se no mi dilungo.
http://www.internazionale.it/

The Browser
Anche questa a pagamento, ho rinnovato in extremis:
 https://thebrowser.com/

Brain Pickings
La seguo da molti, molti anni ormai. Sempre full of inspiration.
https://www.brainpickings.org/

MiniMarketing
Gianluca Diegoli è Gianluca Diegoli: in mezzo a tanti pseudoguru di marketing, qualcuno che sa di cosa parla (e sa come scriverlo)
http://www.minimarketing.it/

Instapaper Weekly
Instapaper è un normale tool di bookmark, poi si sono inventati questo digest settimanale: delizioso
http://blog.instapaper.com/post/74088929566

JK Glei
Qualche consiglio, qualche link: curiosa
http://jkglei.com/

TED
Qui il link direi che non serve

Nautilus
Per leggere di scienza in modo “bello”:
http://nautil.us/